Arredo urbano (una miniera)

Massimo Meneghin arredo urbano una miniera

Quando si cominciò a parlarne come di una nuova disciplina avevamo in molti la speranza che finalmente ci saremmo occupati davvero degli spazi aperti. Sembrava che li dovessimo trattare come la nostra casa, l’arredo urbano come quello domestico.

A qualche anno di distanza possiamo dire che i buoni propositi, con le dovute eccezioni, sono rimasti tali. La maggior cura, quando c’è, non ha portato all’innalzamento della qualità degli spazi e nemmeno alla loro maggior fruibilità. Forse potremmo dare atto che in molti casi vi è una maggiore pulizia del disegno, nel senso che gli oggetti collocati sono stati preventivamente pensati e disposti secondo una logica, ma nulla più.

Ecco quindi:

  • il regno delle automobili, che si sono impossessate di tutto lo spazio disponibile,
  • il fiorire spontaneo dei cartelli indicatori, peggio delle erbe infestanti e non sembra esistere antidoto,
  • idem per quelli stradali, che sono nati per esigenze ormai superate e sono sicuramente fuori controllo,
  • il dilagare delle pensiline per aspettare l’autobus,
  • i supporti per la pubblicità, spesso gigante,
  • qualche pavimento pensato per i ciechi, forse col sadismo di chi vuole illuderli che davvero si faccia qualcosa per loro,
  • i dissuasori, che spaccano le auto, aumentano i consumi e fanno rumore, limitando ben poco la velocità,
  • le fioriere, vero e proprio strumento di correzione degli spazi non riusciti, infatti molto presenti,
  • le isole ecologiche, che forse sono l’esatto contrario,
  • i monumenti nelle rotonde, vero e proprio spettacolo nello spettacolo,
  • il sottopassaggio, autentica icona del mondo contemporaneo, non solo per la funzione ma per tutto quello che succede in questi spazi…
  • il verde, che viene ridotto sempre di più a discapito di asfalto e cemento, tolto perfino dalle fioriere.

E le opere d’arte? Se lo spazio è privo di qualità basta mettere un’opera di valore e subito si ha l’innalzamento qualitativo, peccato che moltissimi siano gli esempi di sistemazioni rifiutate, vuoi per motivi legati strettamente al “capolavoro” vuoi per l’insieme, non accettato dalla popolazione che di quegli spazi è l’utilizzatore. Riuscite a immaginare l’artista cui è stata commissionata l’opera da posizionare in area centrale quando la stessa viene rimossa per essere posizionata in periferia o in un magazzino? E come si sentono gli abitanti cui viene propinata l’opera rifiutata?

Chi se la sente di parlare di arredo? A parte i diretti interessati, ovviamente…

 

autore: Massimo Meneghin

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