Ragionare per compartimenti stagni

Massimo Meneghin ragionare per compartimenti stagni

In tutto quello che facciamo identifichiamo parti, che separiamo dal resto, potendole così nominare e sulle quali di seguito ragionare.

Che sia frutto delle tassonomie ottocentesche? Non è così importante, lo è di più l’utilità del processo, che ci consente ci focalizzarci su qualcosa e ci evita la dispersione nel mare magno.

In pratica però il successo di tale modus operandi si è spinto così in avanti da far perdere la relazione della parte con il tutto.

Quanti di noi si presentano con nome, cognome e occupazione? Non è un po’ poco? Siamo davvero solo il mestiere che facciamo, disoccupazione compresa?

Possibile che ogni attività sia del tutto chiusa in se stessa, che ognuno pensi solo al proprio orticello, anche dal punto di vista lavorativo? Nelle costruzioni, ad esempio, abbiamo visto molte volte il parere dei vigili del fuoco contrastare con quello della soprintendenza, ma anche il lavoro dell’ingegnere con quello dell’architetto…

Il risultato è ovviamente catastrofico, lo vediamo in ogni momento. Se il bilancio è imperativo, cioè non importa cosa e come ma quanto costa, come volete che vada a finire? Se importa la data di inaugurazione (prima delle elezioni) chi si interessa al fatto che nulla è stato fatto -perdonate la cacofonia- si taglia il nastro lo stesso.

Invece di studiare le dicotomie (e gli sdoppiamenti della personalità) torniamo a pensare alle cose, tutte, anche le immateriali, come un insieme, senza ragionare per compartimenti stagni!

 

autore: Massimo Meneghin

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