Scavare

Massimo Meneghin scavare

Non è un eufemismo: scavare è, secondo la normativa vigente, una cattiva pratica.

Chiunque faccia operazioni di scavo deve far analizzare i terreni e le rocce ricavate e -naturalmente- comportarsi di conseguenza se vengono riscontrate presenze non proprio salubri. Sembra tutto ovvio, logico e incontestabile.

Ma se il lavoro è minimo? Come posso sostenere spese di analisi maggiori di quelle per le opere, specie se del terreno è noto il suo essere completamente privo di qualsiasi problematica?

A Venezia, che sarà pure un contesto particolare, se la profondità di scavo supera  i trenta centimetri (che è lo spessore della pavimentazione delle calli, per cui si parla di qualsiasi scavo!) dobbiamo pure avere un archeologo in cantiere. Incredibile? No, semplice prassi. La realtà supera la fantasia? No, la realtà non esiste più!

Il risultato è quello di sempre: i migliori cervelli hanno applicato le proprie capacità per evitare di scavare, non si fa nessuna opera interrata, se si deve movimentare il terreno lo si fa su aree giù compromesse (con buon pace dell’archeologo, forse ritenuto antipatico), e se proprio non c’è alternativa il terreno “mosso” viene steso nuovamente in cantiere, così non esce e non serve l’analisi.

E e se il terreno è inquinato? Il costo del rispetto delle norme è talmente elevato da far sì che tutto resti come prima “del resto -dirà qualcuno- non stava lì anche prima?”. L’ennesimo successo di una normativa scritta da chi -evidentemente- ha capacità talmente elevate che, invece di abbassarsi al nostro livello, dovrebbe rivolgersi ad un altro sistema solare!

 

autore: Massimo Meneghin

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