Italiano e inglese

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Se il mercato è globale, ed il nostro sicuramente lo è, non possiamo che aprirci “allo straniero”. Non solo per accoglierlo ma anche per tutto il resto, ad esempio vendergli i nostri prodotti, fare qualcosa insieme, sommando le competenze e via dicendo.

Ciò che è diverso, infatti, non necessariamente è in guerra con noi! Di certo l’approccio positivo può esserci di aiuto, a noi e a loro, in attesa che una completa integrazione elimini -di fatto- questa distinzione.

Facile a dirsi meno a farsi, ovvio. Partiamo perciò da un paio di semplici disquisizioni su lingue assai prossime, che condividono molta storia, e con essa gli etimi dei vocaboli. Non confrontiamo la nostra lingua con quella cinese e non riusciamo a paragonarci con il russo, limitiamoci all’inglese, lingua parlata originariamente da una popolazione assai vicina ed ormai divenuta l’esperanto, la lingua universale.

I ricordi scolastici ci riportano alla mente il più classico degli errori: tradurre factory con fattoria anziché fabbrica, in inglese farm. Quanti di noi almeno in gioventù sono stati traviati dall’apparentemente identico etimo…

Molto più interessante è il caso della nostre apologie e delle loro apologies. Anche in questo caso l’etimo è, o sembra essere, lo stesso. Nell’uso vi è anche una certa sovrapposizione ma qui è importate sottolineare la differenza nell’uso nostro e loro.

Noi usiamo quelle che chiamiamo apologie per difenderci. La più classica di queste è il discorso a giustificazione, come fanno gli avvocati difensori, ad esempio, ma pure molti di noi per dimostrare l’indimostrabile e darci la ragione che non abbiamo. Sintetizzando: ammettere? Mai!

Gli inglesi ne fanno un uso diverso: con le apologies chiedono scusa.

 

autore: Massimo Meneghin

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