ammettere l'altro (da noi)

Già il titolo sembra una dichiarazione di indipendenza al contrario: come possiamo, infatti, ammettere l’altro, il diverso, da noi? Se è diverso, tanto basta! O noi, o lui…

In realtà le cose non stanno così, e non parliamo di pietismo (che nulla ha a che vedere con la pietas) e nemmeno con la fintissima cultura dell’accoglienza, proposta e negata di qui e di là con argomentazioni che hanno dell’incredibile.

Qui, con la consueta sintesi, si intende semplicemente dire che, senza scomodare i filosofi vecchi e nuovi, non è vero solo ciò che conosciamo, o riteniamo di conoscere, e che la cosa ci può arricchire, di molto! Nelle cose grandi ed in quelle piccole.

A di là dell’enunciazione generica i casi concreti possono dimostrare la bontà dell’affermazione.

La regola, forse l’unica, che ha fatto degli Stati Uniti la prima potenza mondiale è proprio l’inclusione. L’ammissione, per tornare sui nostri temi, come principio, esattamente come succede negli stati che si sono posti all’inseguimento e che hanno smesso pratiche millenarie per… aggiungere  il diverso.

In altri termini, il solo modo per apportare un vero e concreto miglioramento di ciascuna delle cose che potremo avere l’occasione di affrontare non può che derivare dall’ammettere la possibilità che qualcosa di altro (da noi, ovviamente) possa essere, ad esempio, migliore del nostro solito.

In caso contrario non possiamo che essere condannati alla ripetizione oppure, ma sono casi rari, ad introdurre il miglioramento di cui siamo capaci, il che -come noto- rasenta la zero.

 

autore: Massimo Meneghin

Un pensiero su “Ammettere l’altro (da noi)

  • 31 Maggio 2014 alle 10:18
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    il miglioramento non viene dall’#innovazione (che non è sinonimo di successo, anzi!) ma dall’#inclusione

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