Massimo Meneghin progettare i riti

Uscire dalla progettazione stucchevole. Lo vogliono, lo vogliamo tutti.

Ci è chiaro che gli edifici sono tutti uguali, e come tali impersonali. Quando non lo sono -eccezioni, poche, a parte- sono di una tale originalità fine a se stessa capace di farci rimpiangere l’omologazione.

Non siamo nemmeno in grado di stabilire quale dei due modi di fare sia il peggiore.

Deve essere capito come chi costruisce per vendere difficilmente propone oggetti in-vendibili, non si può non ammettere come chi investe rilevanti somme di denaro deve pensare alla possibilità di rientrare -volente o nolente- della spesa, il che contrasta con l’originalità troppo spinta, ed anche che, salvo pochissimi autori, non c’è la capacità di percorrere con successo strade davvero nuove.

Abbandonata l’originalità fine a se stessa, poco importa se provocatoria o meno, come fare per incrementare la qualità degli spazi da vivere?

Acquisire oggetti di pregio, al limite l’intero fabbricato, arredo compreso, è la naturale risposta. Ma avete provato a vivere in un edificio progettato da un grande?

Un’alternativa è non cercare l’immagine -ovviamente fine a se stessa, ma una casa non è un quadro- ma ripartire dai riti dell’abitare, del lavorare, del praticare lo sport, o di quello che facciamo nell’edificio.

Non è facile ma il risultato potrebbe essere notevole, non solo a livello architettonico!

 

autore: Massimo Meneghin

Un pensiero su “Progettare i riti

  • 26 Agosto 2014 alle 13:00
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    l’‪#‎abitare‬ non è altro che un’insieme di riti, c’è chi li subisce, chi li progetta e chi li rifiuta…

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